JACKIE al Cinema Teatro Busnelli

PROGRAMMAZIONE:
DOMENICA 12 marzo 20:00

 

Uno dei film più attesi dell’anno, presentato in Concorso al Festival di Venezia 2016, è un film biografico.

«Jackie» diretto da Pablo Larraín racconta i drammatici giorni vissuti da Jackie Kennedy subito dopo la morte del marito John, avvenuta a Dallas nel 1963. In quasi un’ora e mezzo di film, Larraín affronta il dramma di un donna in lutto alle prese con le questioni più diplomatiche, con la sofferenza personale e con il complicato ruolo di una mamma che deve dire ai suoi figli la drammatica verità.

Il film si apre sotto forma di intervista e ripercorre le fasi salienti del giorno dell’assassinio e dei primissimi giorni successivi senza tuttavia tralasciare alcuni degli avvenimenti più significativi della vita da First Lady . Una donna che, Larraín inserisce nel film sotto forma di ricordi e racconti.

Il film, profondo e intenso, si regge sulla straordinaria interpretazione di Natalie Portman

 

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INTERVISTA  a Natalie Portman: “La mia Jackie dovrete digerirla. Questo è un film biografico che non dà risposte e lascia frastornati”

Il progetto ha origine da Darren Aronofsky, poi divenuto produttore.
“Larraín mi ha confessato che quando Aronofsky gli ha chiesto di dirigere il film, l’ha presa come una sfida. Un modo di gettare il suo occhio oltre i confini del Cile”.

E per lei? E’ come se si chiudesse un cerchio.
“Lavorare con Pablo è stata un’esperienza irripetibile. Abbiamo girato negli stessi studios di Luc Besson, a Parigi. E’ grazie a Léon che la mia carriera in questa industria ha trovato una sua identità, una sua maniera d’esistere, con il personaggio di Mathilda. Ogni mattina vedevo Luc sul set, al lavoro su un altro film. Le nostre strade si sono incrociate di nuovo”.

Crede anche lei che Jackie indossasse delle maschere?
“Ho studiato a fondo materiale audio e video, registrazioni, pose… Il suo modo di presentarsi al pubblico era molto diverso dal privato. Diventava più timida, chiusa. Nella sua voce ho colto parecchi dettagli”.

Ad esempio?
“Nel ’64 ha registrato una serie di interviste, conversazioni intime, con lo storico ed ex assistente speciale del presidente, Arthur Schlesinger, Jr. In certi passaggi del nastro è interessante notare il rumore dei bicchieri, i drink, il ghiaccio che scricchiola in sottofondo. Il tono della sua voce tagliava le luci e il pulviscolo”.

Da attrice ha sempre detto che il conflitto persona-personalità la incuriosisce.
“Faccio questo esperimento su me stessa e ancora oggi l’opinione pubblica muta il mio comportamento, il modo che ho di proteggere me e la mia famiglia”.

Il film è strutturato attorno a un’intervista apparsa su LIFE magazine, di Theodore H. White, tra flashback e un ritorno, da vedova, alla White House, fino alla sepoltura all’Arlington Cemetery.
“Sono d’accordo con Pablo quando dice che questo è un film biografico che non dà risposte. Lo spettatore lo deve ‘ingestare’ e digerire da sé. Anche dopo la visione resti frastornato, senza parametri veri e propri”.

E incarnare un simbolo?
“Ti vesti da qualcuno che gli altri spiano e giudicano. La domanda è: ‘Come mantieni la tua umanità e la tua integrità, se sei sempre guardata?’. Jacqueline Kennedy era una specie di manichino per molte persone. Io non volevo imitarla o somigliarle per forza, come fossi un’ombra di una sua foto d’epoca”.

Cosa cercava?
“L’illusione”.

(huffingtonpost.it)