da “Loot” di Joe Orton
traduzione e messa in scena di Vitaliano Trevisan
con Marco Artusi, Francesca Botti, Matteo Cremon, Davide Dolores e Igi Meggiorin

aiuto regia di Tommaso Franchin
scena di David Riganelli
produzione Dedalofurioso/Matàz Teatro

Hal: E’ un incubo freudiano.

Una farsa, questo il sottotitolo del manoscritto originale, datato 1964, poi tagliato, al momento della pubblica- zione. La prima messa in scena, del ’65, malgrado l’ottimo cast, fu un fiasco totale – produzione interrotta dopo un breve tour in provincia, e nessun teatro londinese disposto a metterla in cartellone. Un insuccesso tale, rispetto alle aspettative, da indurre lo stesso autore a esprimersi così, in una lettera alla sua agente: “Sono stanco, stanco, stanco del teatro…Getterò la mia commedia nel fuoco. E non ne scriverò un’altra.” Eppure, a poco più di un anno di distanza, una nuova produzione – diverso il cast e la regia -, fu un successo clamoroso, tanto da vincere il premio come miglior commedia dell’anno, e lanciare il giovane Joe Orton come la nuova stella del panorama teatrale inglese. Nonostante ciò, l’autore non era del tutto soddisfatto: “Il tono generale è buono, ma molto si perde per strada (…) E’ molto divertente. La gente ride. Ma Il malloppo non è stato scritto solo per questo”.

Venendo ai contenuti, la commedia – farsa – è tutta giocata su una ferocissima satira, che attacca senza pietà l’atteggiamento comune, pieno di superstizioni che corrono sottotraccia, rispetto alla morte, e al culto dei morti, senza per questo trascurare i vivi. “E’ un incubo freudiano”, dice il giovane Hal, che sta per mettere
il corpo della madre in un armadio, per poter poi nascondere i soldi rubati nella bara. Per l’autore è proprio questo lo scopo di una commedia: portare in scena, mettere a nudo, e in piena luce, i desideri inconsci che la vita sociale, con tutti i suoi ipocriti corollari, ci impone di reprimere, di tenere ben nascosti. Liberarli invece, mostrarli per ciò che sono e ridicolizzarli. E le risate di Orton sono offensive, crudeli,addirittura mostruose,
e al tempo stesso intelligenti e non prive di eleganza. C’è inoltre, nel malloppo, una critica spietata all’ordine costituito e, attraverso la grottesca figura dell’ispettore Truscott, un attacco diretto a uno dei miti della società inglese, e non solo, che vede nel Bobby – poliziotto – il garante dell’ordine e della libertà.

Un testo poco rappresentato – a differenza di Quel che vide il maggiordomo, considerato il capolavoro di Orton, e ripreso più volte anche in Italia -, ma che, a parere di chi scrive, non ha perso la sua carica critica verso la società, ma anzi, col tempo, sembra aver guadagnato in ferocia e attualità. Attenzione però: si tratta sì di una commedia, di una farsa, ma, seguendo il pensiero dell’autore: “La commedia è scritta in uno stile chiaramente non naturalistico, ma deve essere diretta e interpretata con realismo assoluto(…) Niente stilizzazioni, niente facce e faccette. Non cercare di sottolineare le stravaganze dei dialoghi con stravaganze di regia”. Ecco, questo è il compito che ci siamo prefissi, ovvero dare a Orton ciò che è di Orton. Far muovere la macchina della com- media, cioè far ridere certo, ma senza mai dimenticare che “Far ridere è una cosa seria, e la commedia un’arma più letale della tragedia”.

(Vitaliano Trevisan)

 

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